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Uso nella medicina tradizionale

Il Prugnolo è stato molto importante per gli uomini fin dai primordi. Gli archeologi ne hanno trovato noccioli fossilizzati durante gli scavi di villaggi risalenti al Neolitico. Dai tempi della civiltà araba, greca e romana fino a tutto il Medio Evo sia I fiori che i frutti di questa pianta venivano comunemente usati come erba medicinale e come cibo. Asclepiade e Andromaco decantavano il succo concentrato delle bacche di prugnolo come efficace rimedio contro la dissenteria. Il duro legno di questa pianta era anche usato nell’antichità per ricavarne utensili agricoli. Le spine fornivano una sorta di inchiostro, la corteccia una tintura rossa per lana e lino.

Oggi i frutti del prugnolo sono ancora usati per preparare vino o grappa che riscaldano nelle fredde sere invernali. Sciroppi, marmellate e gelatine di questi frutti sono una bontà ricca di apporto vitaminico.

In campo medico il prugnolo ha proprietà astringenti, diuretiche, blandamente lassative e antinfiammatorie. Una tisana da fiori essiccati è usata per purificare il sangue nelle patologie della pelle e in caso di reumatismi e, come collutorio, in caso di leggera infiammazione della cavità orale e della gola. L’azione diuretica aiuta a prevenire la formazione di renella e calcoli. Una composta o marmellata delle sue bacche aiuta in caso di inappetenza. Nella medicina popolare si riscontrano alcuni usi bizzarri: in Tirolo
è tradizione legare una prugnola al lato sinistro del petto come rimedio contro l’itterizia.
In altre regioni c’è l’abitudine di mangiare tre gambi del fiore per tre volte di seguito: ciò, nella credenza popolare, aiuterebbe a prevenire febbri e gotta.

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